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Chuquicamata, situata 15 km a nord di Calama nel deserto del Cile settentrionale, è la più grande miniera di rame a cielo aperto del mondo: di forma ellittica, il pit si estende per quasi 5 km di lunghezza, per oltre 2,5 di larghezza e raggiunge circa gli 850 metri di profondità, facendone anche la seconda miniera più profonda al mondo.

La miniera, operativa dal 1915, è di proprietà della controllata statale cilena CODELCO (Corporación Nacional del Cobre de Chile); vi lavorano attualmente 4.899 operai che hanno garantito l'estrazione nel 2019 di 385.309 tonnellate metriche di minerale.

Il Cile è il principale produttore di rame al mondo, con una quota pari al 37% nel 2016 e riserve pari al 29% globale (dati OCSE - Comisión Chilena del Cobre, 2017). CODELCO, la principale azienda mineraria statale, estrae circa un terzo del minerale cileno, garantendo al Paese un'entrata costante e consistente pari a circa il 10% del PIL nazionale nel 2016. Il dato è però in calo a causa della riduzione del prezzo del rame sui mercati internazionali, in corso ormai da alcuni anni.



La forza lavoro impiegata, seppur numerosa, si è ridotta moltissimo rispetto al secolo scorso grazie alla meccanizzazione delle operazioni minerarie. Oggi l'intero settore minerario cileno occupa solo il 2,5% della popolazione del Paese (dati OCSE, 2016).



La Ley Reservada del Cobre, istituita nel 1958 e ancora in vigore, garantisce alle Forze Armate cilene un gettone del 10% su ogni entrata derivante dal rame esportato da CODELCO. La legge, i cui termini sono stati segreti fino al 2016, impone la tassa sull'esportazione soltanto all'industria mineraria statale, non alle numerose altre industrie estrattive private, creando uno squilibrio e un deficit competitivo non indifferenti. Quasi il 51% delle rendite provenienti dall'estrazione di minerali in Cile arriva dall'esportazione; poco meno (46,4% nel 2016) per quanto riguarda il rame (dati OCSE, 2016).



Le riserve ancora disponibili nell'area di Chuquicamata sono stimate da CODELCO in circa 1.028 milioni di tonnellate di minerale, capaci di garantire un futuro di almeno 40 anni all'attività estrattiva nel sito.

Lo scavo dell'open pit è terminato nel mese di agosto 2019; in parallelo si è avviata l'estrazione di rame, molibdeno e altri minerali nella nuova Chuquicamata Subterránea, un'area di scavo situata al di sotto della precedente miniera, che attraverso 4,6 km di tunnel verticali dovrebbe garantire circa 140.000 tonnellate di minerali estratti ogni giorno.

Per costruire la Chuquicamata Subterránea CODELCO ha impiegato oltre 6.000 operai con un piano di investimenti di più di 4 miliardi di dollari. A conquistare l'appalto per l'impianto della nuova struttura estrattiva nel 2016 è stata l'italiana Astaldi, con un contratto da 460 milioni di dollari. Dopo tre anni di lavori e lo scavo di tunnel per oltre 37 km di estensione, senza che si interrompesse l'attività produttiva nella miniera a cielo aperto soprastante, l'Asociacion Chilena de Seguridad ha premiato Astaldi per aver condotto due milioni di ore di lavoro sotto terra senza incidenti mortali. Un record pressoché assoluto.



Ma non è sempre stato così. Se oggi le condizioni di lavoro sembrano accettabili, la storia di Chuquicamata è fatta di incidenti costanti, di procedure di sicurezza inesistenti, di operai sfruttati fino alla morte, reclutati per lo più tra i discendenti delle popolazioni andine dell'area e tra i più poveri del Paese, costretti a condizioni di vita e lavoro terribili e a morti frequentissime per infortunio, consunzione o malattie all'apparato respiratorio. Dei disperati che accettavano lo sfruttamento più bieco pur di guadagnare qualcosa parla Ernesto Guevara nel diario del suo viaggio giovanile in motocicletta lungo le sterrate del continente sudamericano. Il Che si fermò davanti ai cancelli della miniera nel maggio del 1952 e secondo molti fu lo choc di questa vista a far maturare la coscienza politica del futuro rivoluzionario, che nel suo taccuino annotò: "Quasi congelati nel freddo della notte del deserto, [quei minatori] erano la rappresentazione vivente del proletariato nel mondo".

Ma della vita in miniera racconta bene anche Marcial Figueroa in Chuquicamata, la tumba del Chileno, un reportage del 1928 che descrive le terrificanti condizioni di lavoro e di vita delle migliaia di operai, spesso bambini, impiegati nella miniera. Figueroa scrive che "dalla metà del 1916 fino al 13 dicembre del 1919 furono sepolti in questo cimitero [quello di Chuquicamata] 1308 cadaveri di bambini indigeni", morti sul lavoro o per malattie legate all'esposizione continua a materiali inquinanti.



Accanto all'area estrattiva storica sorge infatti un piccolo centro abitato, esteso su 4,7 km², che ha ospitato dal 1915 gli operai impegnati nello scavo dell'enorme girone minerario. Il paese, chiamato Chuquicamata o più semplicemente Chuqui, come l'intera area di scavo, è stato evacuato il 1 settembre del 2007 per una grave contaminazione da metalli pesanti e arsenico e per lasciare posto all’avanzare dell’enorme cake fatto di rocce scavate e sfruttate, fortemente inquinanti. Una riga grigio-giallastra che chiude l’orizzonte a pochi metri dalle case.

Nell'abitato di Chuquicamata vivevano, al momento dell'evacuazione, tra i 10.000 e i 15.000 abitanti. Quasi la metà di questi, si stima, erano bambini.