Il turismo di comunità in Kirghizistan come laboratorio di democrazia
Il Kirghizistan è un piccolo Paese dell’Asia Centrale indipendente dal 1991, composto per il 94% del suo territorio da vette, valli e altopiani della catena montuose del Tien Shan, di cui circa il 40% supera i 3000 metri.Circa un quarto del prodotto interno lordo del Paese deriva dal settore primario, e poco più della metà della forza lavoro è occupata in agricoltura e allevamento, per lo più nomade. Il settore minerario e la produzione idroelettrica sono gli altri pilastri dell’economia locale.Da qualche anno anche il turismo si è affacciato nel panorama economico kirghizo, fornendo nuove opportunità di sviluppo e di integrazione dei redditi per lo più a famiglie di pastori nomadi che hanno aperto le loro comunità e i loro insediamenti estivi di yurte in alta quota a camminatori, ciclisti e viaggiatori itineranti. Nonostante paesaggi incantati e cime grandiose, il turismo è ancora una voce ridotta nell’economia dello Stato: nel 2019 interessava il 5,1% del PIL nazionale, con l’obiettivo di raggiungere il 7% nel 2023.
Chi visiti oggi la repubblica kirghiza, un tempo periferico confine sud-orientale dell’impero sovietico, lo fa soprattutto per scoprire una destinazione per viaggi avventurosi fatti di jeep 4x4, lunghe cavalcate e trekking di più giorni. In molti casi entra però anche in contatto con un esperimento di democrazia dal basso costruita a piccoli passi da micro-produttori agricoli locali, da guide per un turismo lento e spesso “diverso”, da rifugi, accampamenti e punti di accoglienza che creano essi stessi comunità provvisorie capaci però di mettere in contatto turisti e residenti, due mondi agli antipodi per la prima volta capaci di parlarsi.
Tra le realtà più attive nel sostegno alle micro-imprese di comunità è il CBT (Community Based Tourism), un’associazione che sostiene e organizza un turismo rispettoso delle realtà locali e dell’ambiente naturale, dando spazio alle piccole economie di prossimità e favorendo rapporti trasparenti e democratici in un Paese sempre più stretto tra la morsa russa e le mire cinesi e occidentali, al centro di un Grande Gioco che ancora una volta sembra ripartito nel cuore dell’Asia, tra vecchie e nuove vie carovaniere.