Il futuro del turismo di massa in una spiaggia a numero chiuso
La Pelosa di Stintino, nel nord-ovest della Sardegna, è considerata tra le più belle spiagge del Mediterraneo: sabbia bianca finissima, acqua cristallina, una torre aragonese per l’avvistamento dei saraceni che si affaccia sull’insenatura e l’ancora incontaminata isola dell’Asinara con il suo parco nazionale a fare da quinta naturale. Su tutto una luce bianchissima, nitida e abbacinante.
Come tutte le meraviglie naturali La Pelosa è diventata negli ultimi vent’anni meta di un turismo intensissimo, concentrato nei mesi estivi ma che contribuisce con numeri di frequentanti particolarmente alti all’erosione dell’arenile e alla compromissione di un ecosistema costiero molto delicato, fatto di dune mobili e correnti marine capaci di cambiare in poco tempo la fisionomia della spiaggia spostandola, ingrandendola o più spesso riducendola. Per questo motivo da alcuni anni la spiaggia è ad accesso limitato: per potersi bagnare nelle sue acque
e stendere la stuoia in materiali vegetali, che non trattengono sabbia, è necessario prenotarsi tramite sito web, pagare un biglietto, farsi riconoscere all’ingresso e trovare uno spazio per sdraiarsi.L’afflusso turistico non danneggia però soltanto la spiaggia, sporcandola e rimuovendone la sabbia, azioni vietate e vigilate costantemente da pattuglie in divisa, ma ha provocato fin dagli anni Sessanta un’intensa edificazione della penisola alle spalle del mare: un grande hotel a forma di S alto quattro piani, il Roccaruja che la famiglia Moratti ha voluto direttamente affacciato sul mare e sulle dune oggi protette e una serie di villette in parte decadute nel tempo e oggi in corso di progressivo recupero edilizio cementano l’aspro Capo Falcone, il promontorio alle spalle della spiaggia.
Come ha reagito la spiaggia-gioiello all’emergenza da SARS-CoV-2? Come la gran parte delle mete turistiche italiane si è data un regolamento di accesso, ha ridotto ulteriormente i numeri massimi consentiti, ha imposto l’uso della mascherina negli spostamenti e nelle passeggiate e chiesto collaborazione ai turisti per evitare di trasformare un paradiso, seppur largamente già compromesso, nel fulcro di un nuovo focolaio.
Visitare La Pelosa nell’estate 2020 significa immergersi nei paradossi dell’Italia contemporanea, una terra di estrema bellezza dominata da una luce bianca, scintillante, mediterranea, ma allo stesso tempo luogo di assurde devastazioni ambientali ed edilizie, rese possibili dall’interesse di pochi nel disinteresse di molti.L’emergenza da COVID-19 ha reso ulteriormente evidente questa dicotomia, mostrando l’insostenibilità di un modello turistico che fa dei grandi numeri l’obiettivo principale e che dimentica troppo spesso la finitezza delle risorse sfruttate, e i rischi che questo sfruttamento intensivo comportano per i territori, il loro ambiente naturale, i loro abitanti, i turisti stessi.
I paradossi della luce.