Tracce di un futuro passato

[...] i paesi arretrati, con l’aiuto del proletariato dei paesi progrediti, possono passare al sistema sovietico e, attraverso determinate fasi di sviluppo, giungere al comunismo, scavalcando la fase del capitalismo. [...] - V. Lenin, 1920, II congresso dell’Internazionale comunista

La Repubblica Popolare di Mongolia si impegnò con forza a partire dagli anni venti del Novecento per trasformare una popolazione di pastori nomadi e monaci buddhisti in operai specializzati, atei e dalla solida coscienza di classe.

Repressioni durissime, nazionalizzazione di terre e animali, urbanizzazione forzata e installazione di grandi industrie pesanti segnarono i circa settant’anni di dominazione e colonizzazione sovietica del Paese, ritenuto fondamentale da Stalin come Stato cuscinetto per contenere lo scomodo alleato socialista cinese.

Dal 1990, con il crollo dell’URSS, la Mongolia abbandonò il sistema socialista piombando però subito in una pesante crisi economica e diffusa carestia per la perdita delle sovvenzioni e del mercato sovietico: le industrie chiusero e la popolazione si impoverì drasticamente, nonostante il Paese fosse tra i più ricchi al mondo per risorse naturali e minerarie.

Il territorio mongolo oggi, soprattutto in prossimità dei radi centri abitati, porta evidenti le tracce e le ferite di un passato che avrebbe dovuto essere l’alba dell’utopia socialista: gher tradizionali sopravvivono accanto a capanne e casette fatte di lamiera e pannelli di compensato; motociclette di fabbricazione russa o cinese affiancano cavalli e cavalieri; i pochi templi non abbattuti negli anni del regime raccolgono intorno a sé monaci impegnati a ricostruire un culto e una tradizione religiosa che la popolazione sembra voler riscoprire. E ai bordi degli abitati gli scheletri di cementifici e officine in stato di abbandono accompagnano e affiancano mercati, punti di incontro e parcheggi.

Oltre, un cielo infinito.